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Discussione: 17 Luglio 1991_La tragedia del Rif Brentei (Dolomiti di Brenta)

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    17 Luglio 1991_La tragedia del Rif Brentei (Dolomiti di Brenta)

    Forse non tutti ricordano che 24 ani fa in Brenta 1 seminarista e 6 ragazzi morirono sul sentiero Bogani (che collega il rif Brentei al Casinei) a causa di 2 slavine di acqua, grandine e fango attivatesi dal pendio ovest delle Cime di Campiglio (Dolomiti di Brenta) durante un violento temporale:

    http://ricerca.repubblica.it/repubbl...tml?refresh_ce

    http://www.reocities.com/Colosseum/2821/rend10.html

    Morti senza colpe.
    di Luciano Colombo

    19 gennaio 1997.

    Morti senza colpe1).

    Mi resi conto, durante una recente discussione sorta sulle cause che provocarono la morte di quei sette fanciulli che percorrevano un sentiero del Brenta, che le opinioni espresse dai miei conoscenti non sempre erano attinte alla realtà della vita. Ebbi, così, nuovamente conferma che ogni vicenda umana originava molteplici verità ovvero solo quelle certezze nelle quali, ognuno di noi, cerca il proprio credo. Tuttavia, esisteva una realtà essenziale; nessuno dei miei interlocutori visse, in diretta con la morte, quelle strazianti ore d'angoscia e di speranza. Quanto segue, è la rigorosa ricostruzione di quel tragico evento e delle successive conseguenze giudiziarie che perseguitarono un sacerdote poi riconosciuto innocente.

    Per caso, mi trovai all'altezza della località Fontanella di Madonna di Campiglio quando, osservando il Brenta, vidi quell'insolito firmamento che si stava formando. Erano le ore 13 del 17 luglio 1991. Nel cielo plumbeo, improvvisamente chiazzato da cupe e rosseggianti striature, le nuvole, foriere di ferali conseguenze, si misero a ribollire; poi, tuonando e ricorrendosi su per la Valle di Brenta, disegnarono l'apocalisse. L'uragano scaricò ciottoli di grandine e per oltre due ore, imperversò e diluviò sull'alta Valle di Brenta. Sempre alle ore 13 una comitiva di ragazzi, guidata dal sacerdote don Giuseppe Basini, stava percorrendo il sentiero Bogani in direzione del rifugio Casinei. Giunti in prossimità di una lingua di neve che ancora ricopriva una fenditura di deiezione, inaspettatamente si trovarono nel centro di quel ciclone. Colpiti e feriti da una fitta sassaiola di grandine, accecati dai bagliori dei lampi e sballottati da un vento impetuoso, pensarono di raggiungere una vicina grotta. Non poterono proseguire perché la pendenza del declive innevato, superiore al quarantacinque per cento, e l'attraversamento su una delle due tracce segnate sulla neve, già ricoperte dalla grandine, avrebbe reso suicida ogni tentativo di passaggio. Cercarono quindi riparo sotto una parvenza di tetto roccioso che sovrastava il sentiero mentre, alcuni di loro, entrarono in un anfratto naturale formatosi fra la neve e la dolomia. "Dopo qualche attimo", come testimoniò il giovane Guareschi Cristiano, "sentirono un rumore cupo, indi furono investiti e poi coperti da una slavina di detriti e grandine".

    Il Guareschi Cristiano, miracolosamente illeso, raggiunse il rifugio Brentei dove raccontò l'accaduto. Claudio Detassis avvertì il soccorso alpino indi la stazione carabinieri di Madonna di Campiglio. In pochi minuti mobilitammo numerosi volontari. Due carabinieri, che assieme alla guida alpina Renzo Springhetti si trovavano all'altezza del rifugio Casinei, di corsa raggiunsero la località dell'evento. Occorreva far presto, ma il nubifragio che stava imperversando su tutta la zona, impediva il volo degli elicotteri e quindi il trasporto, in quota, dei soccorritori. Trascorsero alcuni minuti. Alle ore 13,47, nonostante che le condizioni atmosferiche fossero proibitive, il pilota Giuseppe Simonetti decise un'ascesa che la ragione definiva impossibile. L'elicottero si alzò in volo e come una piuma trasportata dal vento, si mise a gareggiare contro gli elementi della natura. Sembrò che cadesse. Trepidanti, seguimmo le sue evoluzioni; poi lo vedemmo scomparire in quella bruma violacea che oscurava il cielo.

    I continui dei lampi, che saettando fra le pareti rimbombavano di roccia in roccia, con la loro luce abbagliante illuminarono lo spettrale dirupo dove si svolgeva il soccorso. Inoltre, il fragore causato dai tuoni, l'ululato del vento e l'impetuoso scrosciare della pioggia, concorsero a rendere ancora più crudele quella scena dove la vita stava cedendo alla morte. Il fanciullo, che imprigionato in quel gelido cunicolo chiedeva a Daniele Angeli: "Fammi respirare", era ancora aggrappato alla sua vita. E Daniele, che per non ferire il ragazzo usò le mani e non il piccone, disperatamente si mise a scheggiare quel ghiaccio letale. Si piagò le mani, ma continuò a scavare; e quando riuscì ad estrarre il corpo del piccino, si accorse che il piccolo, quasi sorridendo, stava esalando l'ultimo suo respiro. Lo abbracciò come avrebbe fatto con un figlio e, stravolto dalla fatica, perse conoscenza2). Altre vite potevano spegnersi per cui quella frenetica corsa contro la morte continuò. Dal verbale redatto dal brigadiere Prevosto Silvio e dal carabiniere Dei Cas Pietro si apprendeva che: "Dopo avere soccorso quattro ragazzi che affioravano dalla slavina, si doveva rimuovere circa mezzo metro di detriti sotto i quali vi erano i corpi di altri giovani escursionisti, ormai senza vita. Dando la precedenza ai vivi, si procedeva a trasportare, con l'ausilio dell'elicottero, gli sventurati alla località Fraté di Madonna di Campiglio. Continuando a scavare, venivano poi tratti in salvo altri ragazzi presumibilmente salvatisi grazie al riparo naturale offerto dall'anfratto roccioso e dalla camera d'aria formatasi al suo interno. Man mano che i giovani erano tratti in salvo veniva loro prestato un primo soccorso medico dal dr.Mario Castellani. Subito dopo erano trasportati, in barella, in una vicina zona dove il pilota dell'elicottero, manovrando in "overing", poteva ricuperarli. Si precisa inoltre che le condizioni atmosferiche, con accentuata grandinata durata circa mezz'ora e successivamente con pioggia e vento, avevano impedito di localizzare esattamente il luogo da dove i feriti, completamente coperti dai detriti, facevano udire le loro invocazioni d'aiuto". Nel frattempo, sulla piazzola della località Fratè, furono concentrate tutte quelle attività collaterali ma indispensabili per il completamento dell'operazione di soccorso. Ogni volta che l'elicottero atterrava con il suo carico di morte o di speranza, iniziava il successivo trasporto dei feriti all'ospedale di Tione oppure il pietoso trasferimento delle salme all'obitorio di Pinzolo. Quando l'operazione di soccorso sembrò già conclusa ed i soccorritori si apprestavano a lasciare la zona, un volontario, dando un ultimo sguardo all'interno di quella funerea fenditura, ebbe un sussulto. Gli era parso di vedere, fra la neve ed il ghiaccio che murava il fondo del cunicolo, un impercettibile movimento. Usando la piccozza, fece cadere un frammento di ghiaccio che, come un diaframma, celava il corpo di una ragazza semi assiderata e tramortita. Fu così, quasi per caso, che altre due giovani turiste furono restituite alla gioia della loro vita. Una di queste, ancora trasognata per quanto aveva vissuto, mi narrò, fra realtà e fantasia, che "in quell'inferno dantesco, si addormentò pensando al lento scorrere delle acque del suo fiume, là dove lambiva la verdeggiante pianura dov'era nata."

    Le indagini di polizia giudiziaria eseguite, sia d'iniziativa, o per delega ricevuta dal magistrato, oppure per avere coadiuvato il pubblico ministero inquirente, mirarono ad accertare le cause dell'evento. Conseguentemente, già durante le operazioni di soccorso, sentimmo la testimonianza diretta dei giovani sopravvissuti. Ascoltammo il parere tecnico espresso dalle guide alpine. Raccogliemmo le immediate impressioni dei volontari che eseguirono il soccorso rupestre. Verbalizzammo l'operato dei due carabinieri che erano "abilitati al soccorso alpino in alta quota". Provvedemmo, alle ore 18 e con l'ausilio dell'elicottero, ad esperire i rilievi fotografici della zona. Alle ore 23 eseguimmo, in una drammatica situazione funerea, il riconoscimento e la ricognizione di cadavere, previsto dalla Legge. Ancora oggi, ricordando quei sei piccoli corpi inanimati nel biancore della morte, e rammentando l'incredula, attonita e straziante disperazione dei loro genitori, mi assale un'intima commozione.

    Il giorno seguente, affiancammo il Dr. Giovanni Kessler nel sopralluogo della zona interessata dall'evento dove, fra l'altro, vennero eseguite nuove fotografie aeree. Dal complesso degli accertamenti eseguiti, si rilevò la cronologia degli eventi citati in narrazione. Inoltre, si constatò quanto segue.

    a) Il sacerdote don Giuseppe Basini, responsabile della comitiva, era un gitante che come decine di migliaia d'altri turisti che solevano giungere al rifugio Brentei, si apprestava a ripercorrere quel sentiero Bogani da tutti ritenuto poco più che una passeggiata. Non si trattava, in sostanza, di un sentiero "delle bocchette", o comunque difficile, dove l'indispensabile esperienza alpinistica era richiamata, all'inizio del percorso, dalla segnaletica predisposta dal C.A.I.-S.A.T..

    b) La documentazione fotografica evidenziò che sulla lingua di neve, prima della disgrazia, esistevano due piste o tracce che l'uragano rese poi impercorribili. Trattandosi di sentiero non ritenuto per alpinisti esperti, come indicato dalla cartografia ufficiale nonché dalle relative pubblicazioni del settore, nessuno aveva tenuto conto di sgomberare la neve che ricopriva il sentiero, o a tendere una corda per corrimano, oppure a segnalare eventuali pericoli di cui tratta anche il punto (a). La traccia centrale (vedasi fotografie n.1 e n.2) fu materialmente aperta ed allargata da Corrado Serafini, ed altri volonterosi, durante le operazioni di soccorso. La vetusta traccia superiore era già impercorribile prima dell'uragano (vedasi fotografia n.2). Il raffronto fra le fotografie n.1 e n.2 dà un'idea su quanto accaduto. In merito, occorre ricordare che l'articolo due, comma (b) e (g) della Legge 24.12.1985 n.776 prescrive che il Club Alpino Italiano deve provvedere: "Al tracciamento, alla realizzazione e manutenzione dei sentieri." e "All'organizzazione d'idonee iniziative tecniche per la vigilanza e la prevenzione degli infortuni nell'esercizio delle attività alpinistiche".

    c) Bruno Detassis confermò che quando i giovani si apprestarono a lasciare il rifugio, nulla faceva presagire l'imminente nubifragio. Inoltre, la celebre guida alpina soggiunse: "Non so quale consiglio avrei dato, se mi avessero chiesto se muoversi o no dal rifugio".

    d) Walter Vidi confermò che: "Quel giorno, con la grandine che era caduta copiosa, il passaggio del nevaio era pericoloso".

    e) Si constatò che il tempo intercorrente fra l'esplosione dell'uragano, il conseguente riparo dei gitanti sotto la parete rocciosa ed il successivo scorrimento della slavina, fu di una ventina di secondi. Gli escursionisti, se fossero rimasti sul sentiero, sarebbero stati travolti dalla violenza della slavina (vedasi fotografie n. 3 e 4).

    f) La natura, nella perenne trasformazione delle sue vie scaricò la slavina, di grandine e di detriti, sul crinale di sinistra del cono innevato di deiezione per poi franare sull'occasionale riparo cercato dai gitanti. La documentazione fotografica, contenente immagini scattate in alta quota, mostrò che tutta la zona era stata interessata da molteplici ed analoghe slavine (vedasi fotografia n.3).

    g) La violenza del nubifragio, che nella genesi delle Dolomiti di Brenta era considerato un evento trascurabile, nella memoria di un uomo fu invece unico e quindi ritenuto eccezionale. Bruno Detassis, decano del Brenta, disse: "Posso affermare che non mi era mai capitato di constatare una grandinata di così notevole entità." L'eccezionalità dell'avvenimento, fu una circostanza che concorse a formare il convincimento del P.M. Dr. Kessler. Successivamente, quando il sacerdote don Giuseppe Basini fu processato per la seconda volta, il G.I.P. Giorgio Flaim fu di parere diverso. Quest'ultimo, si trovò d'accordo con la pubblica accusa, e scrisse: "Non si può certo dire che una violenta grandinata in alta montagna, il successivo ristagnare di una certa quantità di grandine in una sacca naturale ad alta quota e il conseguente precipitare di essa per la linea di massima pendenza costituiscano un evento eccezionale". Poi, il Dr. Flaim correggerà il proprio pensiero precisando che: "La comitiva si muoveva su un sentiero di montagna, sotto una grandinata di proporzioni assolutamente inconsuete che di certo rendeva difficoltoso ogni movimento".

    h) Il perito Dr. Pio Bruti confermò che le sei giovani vittime erano decedute per assideramento e soffocamento. L'ispezione esterna del settimo cadavere, effettuata presso l'ospedale di Tione, dette una risposta analoga.

    i) Tra, i numerosi oggetti e capi di vestiario rinvenuti nella località dell'evento, furono trovate diverse paia di scarponcini. Si dedusse, quindi, che i gitanti erano adeguatamente calzati per camminare sul sentiero Bogani.

    Al fine di comprendere la progressione degli eventi giudiziari scaturiti dalla morte dei sette giovani, devo necessariamente ricordare quanto segue.

    - Alle ore 13,50 del 17 luglio 1991 informammo la centrale operativa dei carabinieri al fine di notiziare il magistrato competente sulla tragedia che si stava disegnando.

    - La Procura della Repubblica presso la Pretura Circondariale di Trento, percependo nei tragici fatti un'ipotesi di disastro colposo, trasmise il fascicolo alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trento che, successivamente, assegnò l'incarico al pubblico ministero Giovanni Dr. Kessler.

    - Dal complesso degli accertamenti eseguiti, il P.M. dr.Kessler trasse il suo convincimento e, non ravvisando alcuna responsabilità, chiese l'archiviazione del caso. Il 19 agosto 1991, il Dr. Ancona, Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Trento, pronunciò, con Decreto, la relativa archiviazione.

    Sennonchè, come si rileva dalla sentenza emessa dal G.I.P dr. Flaim, "Un esame delle argomentazioni sviluppate dal P.M. (Dr. Kessler) nella richiesta di archiviazione porta a concludere che si è avuta una diversa qualificazione del fatto, ora considerato omicidio colposo plurimo: reato di competenza di questa Pretura ai sensi dell'art. 7, comma 2, lett. h, codice procedura penale.

    A sua volta, il G.I.P. (Dr. Ancona) mostra di condividere la diversa qualificazione del fatto, correttamente rilevando che nessun ruolo ha avuto l'azione umana nella formazione e caduta a valle della massa di grandine e ghiaia. Ed in relazione a tale qualificazione accoglie poi la richiesta di archiviazione. Si tratta di un modo di procedere non condivisibile, sol che si consideri che, non appena fosse stata prospettabile la diversa qualificazione, l'art. 54 c.p.p. avrebbe imposto al P.M. (Dr. Kessler) di informare, del contrasto negativo con la Procura circondariale, il Procuratore Generale; e l'art. 22, comma 3. c.p.p. avrebbe imposto al G.I.P. (Dr. Ancona) di restituire gli atti al P.M. (Dr. Kessler), non potendo egli archiviare un reato di competenza pretorile. Non si capisce quindi il motivo per cui la richiesta ed il successivo decreto di archiviazione siano stati pronunciati in relazione ad un reato per il quale l'incompetenza degli organi che procedevano era non solo evidente, ma anche riconosciuta. Quanto sopra non ha ovviamente impedito il legittimo esercizio dell'azione penale da parte del Procuratore della Repubblica (Dr. Mafferri) presso la Pretura Circondariale, per il medesimo fatto e nei confronti della medesima persona; costringendo imputato e persone offese, in un episodio seguito da mezzi di informazione e da tutta la popolazione con estrema commozione, a rievocare una seconda volta fatti di una tragicità indescrivibile; a destare nell'imputato nuove angosce e in talune delle persone offese nuove ansie di giustizia".

    A questo punto, il quotidiano "Alto Adige" del 27 ottobre 1992 inizierà la sua cronaca affermando: "Più che una sentenza d'assoluzione è un atto d'accusa nei confronti del Tribunale". Ma la lettura della citata sentenza, rivelerà pure l'incredibile smarrimento d'alcuni importanti documenti processuali; infatti, il giudice Dr. Flaim affermerà: "Più complessa appare invece la valutazione della seconda condotta del Basini, quando già grandinava violentemente e nell'imminenza della tragedia. In mancanza della copiosa documentazione fotografica e della carta topografica in scala 1:25.000, elencati nella lettera della stazione dei carabinieri di Madonna di Campiglio di data 25/7/91, per una descrizione dello stato dei luoghi e della dinamica del fatto ci si può e deve rimettere alle sommarie informazioni assunte nel corso delle indagini preliminari". Sì, chi legge, ha compreso bene! La documentazione fotografica, insostituibile cardine della verità sullo stato dei luoghi e dello svolgimento del fatto, non era allegata agli atti del processo. L'indiscutibile prova sulla riconosciuta innocenza di un uomo, ma anche sulle possibili ipotesi di una diversa configurazione delle responsabilità, (vedasi punto "a" e "b"), si volatilizzò là dove mai si pensava che una sparizione del genere potesse accadere! Poi, trattandosi di procedimento speciale denominato "giudizio abbreviato" (artt. 438-443 c.p.p.), dove il contraddittorio delle parti ed il conseguente convincimento del Giudice avveniva "allo stato degli atti", la Legge non consentiva l'acquisizione dei documenti mancanti.

    In questo asserto giuridico, come si rileva dalla sentenza emessa dal G.I.P. dr. Flaim, "La pubblica accusa contesta all'imputato Basini Giuseppe, il sacerdote che accompagnava la comitiva dei ragazzi, il delitto di cui all'articolo 589, comma secondo, c.p.. L'articolato capo di imputazione, ricavabile, non essendo agli atti il decreto di citazione a giudizio3), dal verbale dell'interrogatorio reso dall'imputato al Procuratore in data 13/7/1992, individua il comportamento colposo che ha dato causa al tragico evento in due distinte condotte. In primo luogo perché il Basini, trovandosi dopo una sosta dovuta al maltempo al rifugio Brentei, decideva di raggiungere il rifugio Casinei nonostante le condizioni del tempo fossero tali da non lasciare ragionevolmente prevedere un consistente miglioramento; in secondo luogo perché, sorpresi gli escursionisti da una grandinata, consentiva o comunque non impediva che alcuni ragazzi trovassero rifugio sotto un masso e in prossimità di un colatoio, dall'alto del quale precipitava una massa di materiale formato da grandine mista a ghiaia e terriccio che li investiva provocandone la morte".

    Con queste premesse, le possibilità di un errore giudiziario erano evidenti. Con l'avvio del dibattito, dove il mitico Perry Mason era nella realtà forense interpretato dall'avv. Marco Stefenelli, iniziò un'avvincente sequenza processuale. Il contraddittorio con il Pubblico Ministero, appassionato e nello stesso tempo meticoloso, non fu un fiorire di vacue parole bensì la ricerca di una verità smarrita e latente. L'avvocato trentino, con una memorabile e magistrale arringa, farà rivivere, nella realtà della vita vissuta, quei drammatici momenti che precedettero la disgrazia. Poi, il G.I.P. Dr. Flaim sintetizzerà, nel suo convincimento di Giudice, che "Il Basini si trovò ad operare nella situazione d'estrema difficoltà che le dichiarazioni sopra riferite ben restituiscono. Non può essergli rimproverato il mancato adeguamento ad una regola di diligenza che nessuno, che solo provi a calarsi in quello che fu il brevissimo e tragico momento, sarebbe stato in grado di osservare." Infine, con sentenza datata 8 ottobre 1992 "Il Giudice per le indagini preliminari, Visti gli articoli 561, u.c.. 442, comma 1 e 530 comma 1 c.p.p. ASSOLVE l'imputato dal reato a lui ascritto perché il fatto non costituisce reato".

    Prima di concludere, trascrivo alcune righe tratte da una cronaca riportata dal quotidiano Alto Adige del 27 ottobre 1992. "Molti atti di coraggio, d'abnegazione compiuti dagli uomini che fanno parte delle squadre di soccorso, restano nel silenzio. Ma dal verbale del maresciallo Luciano Colombo emerge lo sforzo compiuto dagli alpinisti per tentare di salvare i superstiti e portare a valle quei sette corpi senza vita.". Era doveroso ricordare quegli eroi che, in condizioni atmosferiche e di pericolo inimmaginabili, scrissero una delle più belle pagine di tutto il soccorso alpino4). Mi rammarico solo che, dopo avere personalmente proposto una ricompensa al valore civile ed avere ricevuto l'assenso del Prefetto di Trento, la relativa pratica si arenò nei meandri di quell'italica burocrazia che non tutti conoscono. Nel mese di dicembre 1991 tornammo in argomento ma riuscimmo a salvare la sola indicazione relativa al pilota dell'elicottero. Giuseppe Simonetti fu poi decorato con una medaglia d'argento al valore civile.
    1) Così titolò il quotidiano Alto Adige del 27/10/1992
    2) Daniele Angeli, gestore del rifugio alpino Tuckett, fu uno dei primi alpinisti a giungere nella località dell'evento in quanto aviotrasportato dall'elicottero pilotato dal comandante Giuseppe Simonetti.
    3) Altro documento non allegato agli atti del processo.
    4) Fra quegli eccezionali alpinisti ricordo Walter Vidi, allora responsabile del Soccorso alpino di Madonna di Campiglio, ed il suo successore Adriano Alimonta.


    http://archiviostorico.unita.it/cgi-...df&query=Ma.Ma.

    https://www.youtube.com/watch?v=vKOf1CijUO8&app=desktop
    la partner non si cambia mai, la si roversa....ma infine la si raddrizza

    Spaghetti in media. Bene.
    Spaghetti leggermente sotto media. Ottimo.
    Spaghetti in media fino a 5 giorni, poi si aprono. Male.
    Spaghetti al dente. Eccellente, complimenti allo chef.
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  2. #2
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    Entro l'anno prossimo (25° anniversario) verrà preparato il documentario.
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  3. #3
    Cumulus Congestus
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    Molto interessante! Ho avuto tempo solo oggi per leggermi il tutto... impressionanti anche le immagini subito dopo la tragedia che non avevo mai avuto modo di vedere. Grazie!

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